«Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52)
Articolo precedente Articolo succcessivo Stampa l'articolo

Chiesa

Recuperare

È facile abolire e distruggere, assai difficile costruire. Almeno si lavori a recuperare

di Federico Sambuca

Oggi, quando si auspica il recupero di certi valori spirituali che appartengono da secoli all’esperienza della Chiesa universale, si corre il rischio di essere presi per discepoli di monsignor Lefebvre e per simpatizzanti delle posizioni più balzane della cosiddetta “destra cattolica”. Noi non siamo del numero di costoro. E riconosciamo nel Concilio Vaticano II e nel successivo Magistero dei Papi la bussola sicura dei cattolici che vivono in quest’epoca difficile e complessa.
Ma la nostra fedeltà alla Chiesa, che oggi come ieri e come domani è guidata dallo stesso Spirito del Signore risorto, non ci esenta di dissentire da una certa prassi, riguardante la vita spirituale e l’attività pastorale, invalsa dove più dove meno diffusamente, che pretende di dichiarare superate alcune forme di culto che si sono già dimostrate fecondissime di bene sia per i fedeli, sia per i religiosi e i sacerdoti. E tanto pretende in nome di un non meglio definito “spirito del Concilio”, che in verità non circola nei documenti del Concilio, ma è semplicemente il frutto di improvvisati maestri del postconcilio che si sono arrogati il diritto di insegnare “oltre” quanto ha insegnato il Concilio.
Di questa prassi fa parte il modo con cui oggi si compie, comunemente, quell’atto di culto che è l’adorazione eucaristica fuori della Messa. Al¬l’esposizione del Sacramento segue un canto e poi un tempo più o meno lungo durante il quale canti e letture, principalmente bibliche, si alternano con momenti di silenzio. Si riproduce cioè in forma ridotta quanto avviene nella celebrazione della Messa. E sta bene. Sembra che l’uomo contemporaneo, abituato a vivere nella civiltà del rumore, non sappia stare dinanzi al Signore in quieta meditazione, nel silenzio della mente, concentrato sul mistero “tremendum et fascinosum” che gli sta davanti, segno e realtà di un infinito amore oblativo. E perciò i canti e le letture gli alleviano la fatica, fors’anche la noia, che lo trascinerebbe lontano dall’altare.
E sta bene. Non si può certo pretendere da ogni cristiano che sia contemplativo. E tuttavia non sarebbe male aiutarlo a diventare tale. E aiutare a questo fine almeno i sacerdoti, i religiosi e le religiose, che in passato si distinsero come silenziose adoratrici dello Sposo eucaristico quali canali di grazie per tutta la Chiesa.
E’ facile abolire e distruggere. Assai difficile costruire. Almeno si lavori a recuperare. Il clero, specialissimo depositario dell’Eucaristia, pratichi l’adorazione eucaristica e ad essa educhi, nelle parrocchie e nelle case religiose, il suo popolo e, nella direzione spirituale e nelle confessioni sacramentali; promuova questo alto esercizio di preghiera e il senso, che vi è intimamente collegato, del silenzio. Perché, secondo la bella espressione del santo cardinale Newman, è nel silenzio che il Cuore parla al cuore. Sarebbe agevole raccogliere dei documenti del Vaticano II e dei Papi, i molti testi che esortano i sacerdoti e i religiosi a farsi continuatori di questo culto e maestri ai cristiani di adorazione, silenzio e preghiera prolungati.
Non han perduto valore le riflessioni di un antico autore spirituale: «Noi non dovremmo vedere né volere né ammirare sulla terra se non il santissimo Sacramento. E noi invece cosa ammiriamo? L’onore e i talenti umani. I sacerdoti soprattutto dovrebbero avere un desiderio ardente di questo Sacramento, né dovrebbero, nella misura del possibile, pensare ad altro. Ma noi siamo pieni di passioni e di vizi che ci tolgono il gusto dell’Eucaristia, impedendoci di trovarvi le delizie che vi troveremmo se ad Essa ci accostassimo con l’anima purificata, ossia nella conoscenza e repressione di ogni nostra rivolta contro la Grazia, nello scoprire le nostre illusioni, la nostra cecità, il fondo della nostra malizia, nell’efficace correzione di tutti questi disordini».

Cerca
La frase
S. Caterina da Siena