«Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52)
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Spiritualità

Gesù ha vinto la morte

La risurrezione è possibile

di Giandomenico Mucci S.I.

Il discepolo di Gesù, ieri e oggi, non argomenta dicendo: nel mondo, un morto non è mai risuscitato. Argomenta invece così: Gesù è risorto dalla morte, dunque la risurrezione è possibile e con la risurrezione di Gesù è nato un mondo nuovo. «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti (1 Cor 15,20)». Ma oggi cosa ne è di questa fede nella Pasqua? Che cosa dice all’uomo del nostro secolo? Ernesto Balducci notava che l’incredulo dell’Ottocento, anche quando era irretito nel vizio, pensava a Gesù come il prigioniero pensa all’aria libera. Baudelaire, Verlaine, Wilde, poeti del vizio, sono stati anche, in qualche modo, poeti di Cristo. «O inginocchiarsi davanti alla Croce o mettersi una rivoltella alla tempia», diceva Baudelaire. In quel tempo Renan poteva passare dalla forte fede bretone e dall’attrazione per il sacerdozio alla miscredenza, ma Psichari, suo nipote, muoveva dall’incredulità agnostica a una fede ardente. Era il tempo in cui vigeva una certa identità tra ideale etico e ideale religioso e la miscredenza confinava quasi naturalmente con l’inquietudine. Oggi, agnosticismo e miscredenza sono approdati al nichilismo e, da fenomeno quali erano, si sono creati un contesto di motivazioni che ha tolto loro lo spirito polemico, sicché sono diventati una pacifica forma mentis.
L’uomo contemporaneo, in quanto tale, ha perduto, come conseguenza di un processo filosofico secolare, sia l’attitudine metafisica sia quella teologale, il che equivale a dire che ha perduto la capacità di trascendere il mondo visibile per cercare oltre di esso il senso della vita. E vive in una sicurezza inerte. Quanto al cristianesimo, lo stesso uomo contemporaneo è convinto che l’esperienza cristiana, che ha il suo culmine nella Pasqua, è soltanto un momento, sia pure il più alto, della più vasta esperienza religiosa dell’umanità. È, questa, una relativizzazione dell’esperienza cristiana favorita nella società attuale dalla contiguità e dalla conoscenza di altre religioni, delle quali ciascuna ha la sua area di influenza e un proprio messaggio. Da questa complessa situazione culturale deriva quel “mediocre positivismo mentale”, come lo definiva E. Balducci, che ottunde fino alla nullificazione la percezione della singolarità di Cristo.

Ma Gesù non è assente
Tuttavia, non per questo Gesù è assente. Dove c’è una crisi, dove c’è un appello verso valori assoluti, egli è presente nell’assenza. Quando si comincia un discorso su Dio, lo si preghi o lo si neghi, prima o poi l’accettazione o il rifiuto hanno per oggetto Gesù. L’incredulità del nostro tempo, né felice né sofferente, che pure non ha ancoraggi verso la trascendenza, mostra squarci agnostici e fenomenistici che risalgono alla tradizione agostiniana e pascaliana laicizzata nel suo contenuto teologico. Gesù è allora presente come segno di purezza ideale, svestito del suo significato cristologico, dissolto in allegoria mistica della comunione dell’anima con il divino, ma pure in siffatta transignificazione laicista sopravvive il mistero della redenzione da lui realizzata.
San Paolo scrive: «Egli ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del Salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo» (2 Tm, 1,9-10). Questa grande parola dell’apostolo Paolo conserva il suo valore anche per chi ad essa guarda, pure senza la fede gioiosa del credente, con un sentimento misto di inquietudine e di nostalgia, come il Faust di Goethe.
Sì, è vero che relativismo e nichilismo tendono a divenire forma mentis generalizzata. Ma l’inquietudine non è scomparsa neanche in questo nostro tempo di anarchia morale nel quale la ricerca del senso della vita si accompagna spesso alla realtà della solitudine e dell’incomunicabilità, del sentirsi prigionieri e stranieri nel mondo. I processi culturali, le influenze della moda, la potenza dell’ambiente in cui si vive determinano quello stato morboso, quasi una psicosi, che è una malattia intellettuale strettamente dipendente dall’assenza di direzionalità trascendente, di un timone che governi la vita attraverso i risucchi di mille vortici. In una temperie spirituale di questo genere, Gesù e il messaggio della sua Pasqua non trovano l’occasione di entrare, senza una particolare grazia. Qui, l’inquietudine è un inconscio anelito senza sbocco.
Ma Gesù e la speranza che la sua Pasqua racchiude per ogni uomo parlano anche oggi a chi, forse confusamente, avverte, come una fastidiosa dolenzia, la contingenza e la finitezza di ogni cosa, la friabilità degli affetti e della bellezza, l’angustia del tempo e dello spazio, quando l’inquietudine è ansia e desiderio di immutabile: che fu il supremo anelito di Faust. Sebbene camminino molto spesso nella notte della negazione e il Signore appaia loro un fantasma del subcosciente, creature siffatte avvertono le vibrazioni dell’acqua del lago sulla quale Gesù si accompagna a loro, alla loro paura, al loro desiderio di salvezza vera e permanente, e chiede loro quel consenso che si chiama fede. Che questo desiderio di emettere questo consenso non si lasci ingannare dalle sue stesse fluttuazioni. Gesù gioca a rimpiattino con gli uomini. Li fa ardere d’amore per lui, come a Emmaus, e fa finta di sorpassare la barca pericolante dei discepoli che arrancano per stanchezza sull’acqua vorticosa.
A chi gli risponde sì, egli farà comprendere che è stato Lui a togliere ogni morte e far risplendere ogni vita. E con questo invito è sempre in agguato nella coscienza di ciascuno. Egli è il Sì, cioè la cifra di ogni segreto, il senso ultimo di ogni storia privata e collettiva. Fuori di lui il No, cioè o il buio del nulla o la vanità.

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S. Caterina da Siena