«Ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile ad un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52)
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Terra Santa

Dieci anni di muro

Un grosso intralcio a chi spera ancora in un negoziato

di Lucia Balestrieri

Il 14 aprile 2002 l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon annunciava la costruzione di «una barriera di separazione» in Cisgiordania. Si era nel pieno della seconda intifada, la rivolta palestinese cominciata (nel 2000) con manifestazioni di massa represse nel sangue dall’esercito di Israele e proseguita (fino al 2004) con un crescendo di attacchi terroristici contro cittadini israeliani.
Dopo l’ennesima strage compiuta da un kamikaze palestinese in un albergo di Netanya e mentre l’esercito israeliano invadeva i Territori palestinesi, Betlemme compresa, nell’operazione Scudo difensivo, pezzi di muro cominciarono a spuntare qua e là. Dieci anni dopo la barriera ha sfigurato la Terra Santa e ha messo un’ipoteca pesante su ogni futuro negoziato di pace, cambiando la geografia sul terreno e le carte della trattativa. Il muro sin dall’inizio non ha seguito la linea del cessate il fuoco del 1949, che dovrebbe rappresentare, almeno in teoria, il confine di un eventuale Stato palestinese. Il percorso della barriera è entrato dentro ai Territori, ha creato enclave, ha diviso villaggi, campi, distese di ulivi e quartieri densamente popolati di Gerusalemme. Ha reso impossibile a molte famiglie coltivare le proprie terre, creando le premesse per nuovi espropri.
Ci sono stati momenti in cui la barriera è avanzata rapidamente, altri in cui si è fermata, per poi ripartire e bloccarsi ancora una volta, a seconda del momento politico, delle pressioni internazionali, degli umori dei governi israeliani che si sono succeduti e delle decisioni della Corte suprema dello Stato ebraico. Nel 2004 è intervenuta anche la Corte internazionale dell’Aja, che ha riconosciuto il diritto di difesa di Israele, ma ha affermato che la costruzione del muro in territorio palestinese e non lungo la linea verde riconosciuta dall’Onu è una violazione del diritto internazionale. Ciò non ha impedito ad Israele di avanzare con il muro, penetrando in profondità in Cisgiordania, persino di 20 chilometri ad est della demarcazione del ’49 per proteggere colonie ebraiche come Ma’aleh Adumim e Ariel.
Tanto per avere un’idea, ecco alcune cifre: sono stati costruiti finora 521 chilometri di barriera, sui circa 709 progettati, a fronte di una linea del cessate il fuoco di 320 chilometri. L’85 per cento del tracciato corre in territorio palestinese ed ha finora inglobato l’8,5 per cento della Cisgiordania palestinese, contro un 17 per cento previsto nei piani iniziali. Per il 10 per cento del percorso vi è un muro di cemento alto 8 metri mentre nel restante 90 per cento si snoda una barriera elettrificata di due metri. Il costo complessivo della costruzione è stato finora di 2,6 miliardi di dollari, oltre a costi di manutenzione di altri 250 milioni di dollari l’anno. L’opera è tuttavia ancora lontana dall’essere terminata. In taluni punti, il muro finisce improvvisamente nel nulla, come si può vedere non lontano da Ariel: c’è la terra rimossa per un suo avanzamento, ma le ruspe non lavorano da anni. La stessa situazione si ripete in altri punti della barriera.
Il muro appare un grosso intralcio a chi spera ancora in un negoziato. «Buttarlo giù completamente e ricostruirlo sulla linea verde sarebbe l’unica soluzione per una pace duratura», afferma Ray Dolphin, rappresentante a Gerusalemme dell’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha). (terrasanta.net)

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S. Caterina da Siena